theconstant

Nov 15 2010

L’ITALIA CHE FA E L’ITALIA CHE LO AVREBBE FATTO MEGLIO


Uno dei miei primi stage universitari è stato all’ANSA. Redazione web: tagliavamo, tagliavamo, tagliavamo e ricucivamo assieme testi lunghissimi per far stare una notizia intera in nove righe. Una bella esperienza, per me. Un bel guadagno per la redazione (che era abbastanza contenta del mio lavoro, ma chi si loda s’imbroda e quindi mi fermo qui).

Una cosa, però, la misero in chiaro subito: non ci sarebbe stata alcuna possibilità di assunzione, neanche un contrattino a progetto, niente. Stage non retribuito e via andare. Perché “qui non fanno assunzioni”, in generale.

Qualche mese dopo il mio arrivo, venne un nuovo stagista. Simpatico, e secondo me neanche tanto male come giornalista. Di lui si sapeva già che sarebbe stato assunto, perché figlio di un altro giornalista che all’ANSA ci lavorava già. Si sapeva già, lo si diceva quasi apertamente (anche se – credo – mai di fronte al ragazzo in questione).

Vedete? È un sistema, funziona così. Tutti quelli che sono nell’ambiente sanno che va in questo modo. E di giornalisti assunti, regolari, ormai non ne conosco quasi nessuno: sono tutti precari, in un modo o nell’altro.

Per questo, io, Paola la capisco benissimo. E credo lo possa capire chiunque abbia un minimo di sensibilità, leggendo queste righe:

“Non posso pensare di aver buttato 7 anni della mia vita. A questo gioco non ci sto. Le regole sono sbagliate e vanno riscritte. Probabilmente farò un buco nell’acqua, ma devo almeno tentare. Perché se accetto in silenzio di essere trattata da giornalista di serie B, nessuno farà mai niente per considerarmi in modo diverso.”

Non è una questione di lavoro o non lavoro, di file non rispettate, di egoismi. È una pura e semplice questione di dignità. Perché nel precariato è lei ad esser messa di più in gioco. Ti spingono al sacrificio, all’ingoiare i bocconi amari, a lavorare in condizioni in cui sei considerato di serie B. Il tutto nella speranza che, prima o poi, arrivi l’assunzione.

E intanto vai avanti a contratti di collaborazione, a partite IVA, a co.co.pro, a stage… Tutte forme diverse per un concetto identico: lavori per noi, ma non sei come noi. Non sei parte dell’azienda, non sei al nostro livello, sei diverso.

E quindi Paola ha tutta la mia stima, per il coraggio dimostrato. Il coraggio della disperazione. Che a qualcosa porterà, si spera; qualcosa di buono per lei (ma se anche l’assumessero in RCS, ora, che vita credete che farà?).

Purtroppo arriveranno le critiche. Sono già arrivate. Quelli per cui Paola è una egoista, o una stupida, o una in cerca di pubblicità, o una che semplicemente dovrebbe capire che le cose funzionano così, e che si deve adattare.

E arriveranno anche quelli che no, lo sciopero della fame no, è una cazzata, non è questa la soluzione. Sono quelli che hanno sempre una soluzione migliore al problema, ma non la mettono in pratica mai. E l’Italia dell’“io lo avrei fatto meglio”, l’Italia che storce il naso.

Quella, purtroppo, non diventa precaria mai.

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